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La strada per lo Shambhala

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Un giorno, durante il mio viaggio in India, passeggiavo per Varanasi quando arrivai alla “fine della strada”; davanti a me, il Gange. Ero finito in uno dei tanti Ghat presenti nella città. Questo era molto piccolo, c’era una scalinata molto stretta dove alcuni uomini lavavano i propri vestiti.

Per la strada, facevano avanti e indietro due uomini che trasportavano della legna. La stavano accatastando per realizzare le tipiche pire funerarie.

Ad un tratto, si avvicinò a me un uomo, non ho idea di quanti anni avesse, probabilmente però era più giovane di quelli che dimostrava. Mi chiese le solite cose, come mi chiamavo e da dove venivo e mi spiegò appunto che quegli uomini stavano trasportando della legna per una cerimonia funeraria. Mi disse che molti uomini indiani vivevano unicamente per mettersi i soldi da parte al fine di potersi permettere il funerale tipico di Varanasi.

In quel momento pensai: “Come si può vivere con l’unico pensiero di prepararsi alla propria morte?“.

Mi spiegò che un funerale del genere costava parecchi soldi, soprattutto per il prezzo della legna e che di conseguenza non tutti potevano permetterselo.

Ci sedemmo entrambi su degli scalini di fronte alla porta di un’abitazione ed iniziammo a scambiare qualche chiacchiera, parlando soprattutto del più e del meno.

Gli chiesi come fosse possibile che la religione Induista e quella Musulmana potessero convivere così in pace. Ovunque era pieno sia di moschee che di tempi induisti.

Mi spiegò che non c’è sempre stata pace, ma che con il tempo questi due mondi hanno imparato a convivere, al punto che, molto spesso gli è capitato di vedere musulmani entrare in tempi indù incuriositi. Notava curiosità sia da una parte che dall’altra nella conoscenza della diversa religione. Questa era, a sua detta, la chiave della convivenza pacifica. Curiosità e rispetto.

Mi chiese poi il motivo del mio viaggio da solo. Gli risposi che semplicemente volevo avere del tempo da passare con me stesso e che non avevo un motivo preciso per questo viaggio, ma che probabilmente lo avrei compreso solo una volta tornato a casa.

Lui mi disse che non capiva il senso di molte persone nel venire in India in solitaria per compiere un “Viaggio Spirituale“. Mi disse testuali parole <<Non serve venire in India per compiere un viaggio spirituale, puoi farlo anche da casa tua, nella tua stanza, l’India non ha nulla di più spirituale di molti altri luoghi. La spiritualità devi ricercarla in te stesso non nei posti che visiti>>.

Effettivamente aveva ragione.

Il discorso si stava facendo più profondo. Mi chiese se sapevo cosa fosse il regno di Shambhala. Dissi di no, non avevo la più pallida idea di cosa fosse né ne avevo mai sentito parlare. Mi documentai solo una volta tornato a casa.

In parole povere lo Shambhala è un regno mistico che sembrerebbe essere situato nelle montagne dell’Himalaya. Letteralmente significa “Luogo di pace“.

Alcuni pensano sia una condizione mentale da raggiungere, altri pensano si tratti di un luogo reale e tangibile con accesso a poche persone.

Questo regno avrebbe la forma di un gigantesco fiore di loto. Nella parte centrale si colloca la capitale del regno, mentre ogni “petalo” di cui si compone Shambhala contiene 120 milioni di villaggi, essendo otto i petali complessivamente il regno segreto ospita 960 milioni di villaggi. Su dieci milioni di villaggi vigila un governatore sottomesso al re, quindi vi sono 96 di questi governatori.

Non esiste povertà e non esistono punizioni, in quanto gli abitanti sono tutti virtuosi.

Attualmente a Shambala regnerebbe il XXI sovrano Aniruddha. La leggenda narra inoltre che quando il XXV sovrano Rudracakrī salirà al trono di nell’anno 2327, il re dei miscredenti, scoprirà l’esistenza di Shambala e condurrà le sue truppe oltre il fiume Sita per il tentativo della sua conquista prevista per il 2425.

Allora Rudracakrī, riunito un esercito e con l’aiuto di dodici grandi divinità, lo annienterà, ristabilendo sulla Terra il Dharma del Kālacakratantra per altri diciotto secoli.

Gli chiesi allora quale fosse il suo pensiero a riguardo, se credeva realmente all’esistenza fisica di questo regno, allora lui mi raccontò che i suoi avi gli avevano tramandato del “sapere“. Iniziò quindi a raccontarmi.

Sembrerebbe che in Nepal vi siano alcune porte segrete che permettono l’accesso al regno di Shambhala e che il re Pratap Malla riuscì a trovare una di queste entrate e scomparve per giorni e giorni. Una volta ritornato scrisse su una pietra, in 14/15 lingue differenti, ciò che aveva visto. Attualmente però non si comprende bene ciò che vi sia scritto, sembrerebbe però che vi sia un riferimento alla Dea Kali.

Leggenda narra che al di là di quella porta Pratap Malla, abbia visto demoni, dei, diversi regni avanzati scientificamente.

Dopo di lui in molti varcarono quella porta, ma senza mai tornare. Così l’entrata venne sigillata per sempre. Sembrerebbe inoltre, che in passato, nelle ore più buie, gli abitanti del mondo “nascosto”, venissero in superficie; vengono descritti con corpo metà umano e metà serpente.

Da ultimo mi disse che non conosceva l’ubicazione delle porte, se non di una. Questa sembrerebbe ubicata nel complesso di templi chiamato “Swayambhunath“, in Nepal, ma che solo i puri di cuore e prescelti possono oltrepassarla. Inoltre, per accedervi bisogna aprire più di 30 porte, facendosi strada tra decine di guardiani e demoni.

Swayambhunath Stupa

Si era fatto ormai tardi e dovevo andare. Ci siamo così salutati ed augurati buona fortuna l’un l’altro per la propria vita. Devo dire che passai l’intera giornata a riflettere sulla conversazione avuta e che attualmente mi capita di ripensarci; probabilmente è stata una delle conversazioni più profonde della mia vita.

Davvero l’intera esistenza umana è una prova, una corsa, alla nostra purificazione per guadagnarci l’accesso ad un mondo perfetto?

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